Sono cresciuta in Sudafrica, in pieno Apartheid, ma fin da piccola sapevo che sarei vissuta in Italia.
A dodici anni ho detto a mia madre che un giorno avrei sposato un italiano, “passerai sul mio cadavere” mi ha risposto.
Nell’estate del 1973, approfittando di una proposta di lavoro, sono venuta in Italia e non me ne sono più andata.
Mi sono sposata e ho avuto due figli.
Ho dovuto affrontare il tumore da sola perchè i miei figli erano lontani.
Per andare a fare la chemioterapia dovevo prendere il treno e poi il tram.
Mentre aspettavo il mio turno e giravo nelle corsie vedevo la paura negli occhi delle altre pazienti.
La stessa paura che riconoscevo nel mio sguardo quando tornavo a casa e mi guardavo allo specchio.
Aprile 16, 2018