Sono una donna nata e cresciuta a Cagliari, ma emigrata in un piccolo paese della provincia di Milano per seguire l’amore, conosciuto a soli quindici anni. “L’intruso”, un carcinoma mammario duttale invasivo, era così ben nascosto da non permetterci di individuarlo, ma c’era. Ho provato che cosa significhi “sentirsi crollare il mondo addosso”: non è una frase retorica ma una sensazione che ti appartiene, che ti fa sentire a un passo dalla morte.
ANNALISA - 56 anni, diagnosi a 55
Non si è mai pronti per una notizia del genere. Non vedevo l'ora di sottopormi all'intervento per liberarmi di quel corpo estraneo. Ho tagliato i capelli e deciso che non avrei indossato la parrucca. Nei momenti di tristezza mi aiutava molto stare in mezzo alle persone e non chiudermi in casa. Gli amici, sapendo che mi piaceva ballare, mi portavano spesso fuori. Anche se ero sempre stanca per le cure, queste uscite erano un toccasana. A un anno dalla fine delle cure, quel maledetto si è ripresentato nell’altro seno. Ora sono passati undici anni dal primo intervento e quattro anni dal secondo, incrocio le dita e guardo avanti.
ANTONELLA O. - 54 anni, diagnosi a 45
La diagnosi di cancro è stata lo spartiacque tra una vita tranquilla e un nuovo punto di partenza. Mi sono resa conto che il mio mondo quasi perfetto, almeno così lo percepivo, mi stava crollando addosso. In metropolitana mi sorprendevo a guardare le altre donne chiedendomi perché io, perché proprio a me… e subito mi vergognavo di questi pensieri. Non dimentico ciò che ho vissuto, ma ne ho colto il lato positivo: ho avuto la possibilità di fare un viaggio dentro me stessa.
TULLIA - 53 anni, diagnosi a 48
Mi è stato diagnosticato il tumore mentre ero in vacanza in Sicilia. Mentre i medici parlavano, era come se si riferissero a un'altra persona e non a me che sono sempre stata il ritratto della salute. Ho cercato di non perdere l’entusiasmo e lo stato d’animo di sempre. Così questa esperienza si è trasformata nell’occasione per incontrare altre donne nella mia situazione e, paradossalmente, la mia vita è più bella di prima.
MARIA - 46 anni, diagnosi a 44
Che fosse un tumore maligno mi è stato comunicato con poco tatto. Si trattava di un tipo molto aggressivo, con un’alta percentuale di recidiva così ho dovuto sottopormi al protocollo più pesante. Non volevo perdere i capelli perché mi avrebbe mostrata malata agli occhi degli altri. Senza capelli, ciglia e sopracciglia perdi la tua identità, non ti riconosci. Mia figlia aspettava il secondo bambino e non potevo lasciarmi andare. Ho capito che non siamo eterni, ora mi sento una persona più libera.
LAURA - 56 anni, diagnosi a 50
Sono finito sui giornali perché il tumore al seno negli uomini è raro e perché volevo rendere pubblica la mia storia per poter aiutare gli altri. Quando ho ricevuto la diagnosi la mia azienda mi ha tutelato, appoggiando anche la decisione di essere intervistato. Mi ha colpito il numero di persone che in seguito mi hanno scritto, sorprese di come fossi stato aiutato sul lavoro. Al contrario molti di loro dovevano addirittura nascondere quanto gli stava succedendo per timore di perdere il posto. Una vera ingiustizia. In ufficio abbiamo tante persone giovani che sottovalutano quanto sia importante avere uno stile di vita corretto e fare prevenzione con regolarità, la mia sfida è cercare di farglielo capire.
LUCA COLOMBO 47 anni, diagnosi a 41
“Ehi mamma, che cos'è questa pallina?” mi domandò mio figlio una mattina qualunque mentre in tutta fretta lo stavo vestendo per andare all’asilo. A scacciare la paura è stato un semplice pensiero: così come il mio corpo ha generato la pallina, perché allo stesso modo non può eliminarla? Se lo stress è concausa delle malattie, il benessere non potrebbe aiutare a guarirle? La mia rinascita è partita da qui. Il trucco è stato decodificare il messaggio della malattia e mettermi nelle condizioni di ritrovare l'armonia interiore, allineando mente, corpo e spirito. Oggi sto bene, sono una donna in cammino, piena di amore. Il domani lo attendo senza fretta e senza aspettative. Ora mi gusto il viaggio, finalmente!
SILVIA V. - 49 anni, diagnosi a 45
Sono cresciuta in Sudafrica, in pieno Apartheid, ma fin da piccola sapevo che sarei vissuta in Italia. A dodici anni ho detto a mia madre che un giorno avrei sposato un italiano, “passerai sul mio cadavere” mi ha risposto. Nell’estate del 1973, approfittando di una proposta di lavoro, sono venuta in Italia e non me ne sono più andata. Mi sono sposata e ho avuto due figli. Ho dovuto affrontare il tumore da sola perchè i miei figli erano lontani. Per andare a fare la chemioterapia dovevo prendere il treno e poi il tram. Mentre aspettavo il mio turno e giravo nelle corsie vedevo la paura negli occhi delle altre pazienti. La stessa paura che riconoscevo nel mio sguardo quando tornavo a casa e mi guardavo allo specchio.
JACKY - 74 anni, diagnosi a 69 e 73
So che incontrerò sciamani, guaritori, preti, guru e stregoni, ma che la mia anima sarà sempre sospesa. Tutti mi diranno “ti capisco”, ma so che se non ci sono passati non possono capire. Sono qui consapevole che niente sarà più come prima, perché tutto sarà più bello di prima. Oggi posso andare per mano con la paura, posso decidere di cambiare perché la malattia è venuta a dirmi che qualcosa non andava per il verso giusto. Così ho imparato a prendermi cura della mia anima e a nutrirla in mille modi. Ho compreso che anche la frazione di un secondo è un dono sacro. Davanti a me vedo un futuro lunghissimo.
GIANNA – 50 anni, diagnosi a 47
Ho dodici anni quando mia madre muore per un tumore al seno, cinque dei suoi sette fratelli muoiono dello stesso “male”, come si diceva allora. Il cancro è entrato nel mio lessico familiare e poi nel mio DNA. Ho trentatré anni e sono al mare. Sto giocando con mia figlia quando sento un chicco di riso. Mi sarei fatta tagliare a pezzettini pur di veder crescere mia figlia. Molti anni dopo scopro anche il secondo tumore e ricomincio tutto da capo, questa volta so di potercela fare. Mi viene suggerito di fare il test genetico, anche mia figlia si ammala. La sua lotta ora è la mia.